L'oro dei poveri
la paglia delle sovrane
L'arte povera cappuccina
Per la prima volta furono esposti in mostra una ventina di paliotti dal Seicento al Novecento: capolavori "poveri" dell'arte votiva intrecciati con la paglia dalle mani esperte di frati d'un tempo. Completano l'esposizione oggetti di paglia utilizzati nella vita quotidiana, da semplici sporte, fiaschi e fiaschette ai costosissimi cappelli fiorentini, con un vero viaggio nei secoli.
Infatti la paglia, materiale povero per eccellenza, grazie alla maestria degli artisti, ben presto divenne materia prima di oggetti di lusso come i famosi cappelli di paglia di Firenze. Un passaggio che grazie alla collaborazione del Museo della Paglia e dell'Intreccio "Domenico Michelacci" di Signa è ben documentato in questa mostra.
Accanto a preziosi paliotti "alla cappuccina", in paglia finemente intrecciata, vi era quello dipinto su cuoio da Francesco Guardi (XVII secolo), proveniente dalla chiesa veneziana del Redentore. Ma l'oro dei poveri, era anche la paglia delle sovrane: per questo fu esposta una preziosa cloche ottocentesca, ovvero un cappello a forma di campana, in paglia di Firenze.
I paliotti però, oltreché in paglia potevano essere anche costruiti con tavole lignee, di scagliola, o tessuti in fili d'oro e d'argento, come quello prezioso di Sisto IV, databile intorno al 1476 e conservato nel Tesoro della Basilica di Assisi, attribuito, soprattutto per quanto riguarda le figure, al Pollaiolo.
L'arte della scagliola ha origini remote, poiché fin dall'antichità era frequente decorare superfici a imitazione del marmo.
L'utilizzo della polvere del gesso mescolata a fingere il marmo e abbinata a una tecnica a intarsio è documentata però solo a partire dal sec. XVI. Il successo della scagliola fu determinato dall'economicità e dalla velocità di esecuzione delle opere, con ampia diffusione in Italia.
Guido Fassi, architetto e ingegnere di Carpi, per primo applicò questa tecnica alla realizzazione di cornici per altare. Furono i suoi collaboratori e allievi a utilizzare il piano di scagliola come base per dipingere immagini prima e come imitazione del commesso per paliotti poi, dando vita alla prima scuola italiana di scagliola, quella carpigiana.
Ma è con S. Carlo Borromeo che si codificano le tecniche specifiche: come decorazione si prevedeva un cuore o l'immagine del santo cui era dedicato l'altare. Per il paliotto delle festività solenni era prescritta la seta broccata d'oro o d'argento; per le funzioni quotidiane o per le chiese povere, semplice seta o filaticcio.
Nel Cerimoniale episcoporum (1600, 1, cap. 12, n. 2) si stabiliva l'uso del paliotto mobile montato su di un telaio e ben tirato.
I paliotti più antichi giunti a noi sono in metallo, come quello del Duca Rachis (VIII secolo) nella chiesa di S. Martino a Cividale, e quelli in lamina d'oro che rivestono l'altare della Cattedrale d'Aix la Chapelle (inizi XI sec.), ora Aachen, già Aquisgrana.