Completano l’esposizione oggetti di paglia utilizzati nella vita quotidiana, da semplici sporte, fiaschi e fiaschette ai costosissimi cappelli fiorentini, con un vero viaggio nei secoli.
Infatti la paglia, materiale povero per eccellenza, grazie alla maestria degli artisti, ben presto divenne materia prima di oggetti di lusso come i famosi cappelli di paglia di Firenze. Un passaggio che grazie alla collaborazione del Museo della Paglia e dell’Intreccio “Domenico Michelacci” di Signa è ben documentato in questa mostra.
Inaugurato lo scorso 2 marzo, il Museo dei Beni Culturali realizza un sogno antico che P. Cassiano da Langasco ha iniziato a costruire raccogliendo dai conventi cappuccini del territorio ligure un ricchissimo patrimonio di beni culturali e artistici.
Con la mostra in corso viene offerto a Genova un nuovo spazio espositivo che rispecchia, come nota P. Vittorio Casalino, direttore del museo, “l’indole popolare di noi Cappuccini genovesi, attenti alla sensibilità semplice e profonda della gente di fede, coraggiosi nel proporre i valori cristiani della vita e nel far gustare le gioia della spiritualità francescana”.
Spazio dove la tecnologia più moderna è al servizio di una storia antica di 500 anni, esso è un vero e proprio centro culturale polivalente per conoscere la tradizione dei Cappuccini, che hanno già progettato una prossima esposizione dedicata all’accoglienza. Per raccontare l’evoluzione dell’arte povera praticata dal XVII secolo ad oggi, si è scelto di esporre alcuni rari paliotti, i pannelli decorati che venivano posti davanti all’altare. Accanto a preziosi paliotti “alla cappuccina”, in paglia finemente intrecciata, vi è quello dipinto su cuoio da Francesco Guardi (XVII secolo), proveniente dalla chiesa veneziana del Redentore. Ma l’oro dei poveri, era anche la paglia delle sovrane: per questo è esposta una preziosa cloche ottocentesca, ovvero un cappello a forma di campana, in paglia di Firenze.
I paliotti però, oltreché in paglia potevano essere anche costruiti con tavole lignee, di scagliola, o tessuti in fili d’oro e d’argento, come quello prezioso di Sisto IV, databile intorno al 1476 e conservato nel Tesoro della Basilica di Assisi, attribuito, soprattutto per quanto riguarda le figure, al Pollaiolo.
L’arte della scagliola ha origini remote, poiché fin dall’antichità era frequente decorare superfici a imitazione del marmo.
L’utilizzo della polvere del gesso mescolata a fingere il marmo e abbinata a una tecnica a intarsio è documentata però solo a partire dal sec. XVI. Il successo della scagliola fu determinato dall’economicità e dalla velocità di esecuzione delle opere, con ampia diffusione in Italia.